Dietro la cattedra, fuori dai social: il valore pedagogico dell’intimità di classe (e i pericoli dei trend)

C’è una tendenza che, da qualche giorno, domina i miei feed sui social: reel girati nelle aule che immortalano clip costruite ad arte per cavalcare l’algoritmo del momento, video di bambini piccolissimi che pubblicizzano le attività delle loro scuole o di insegnanti che leggono commossi le lettere di fine anno dei propri studenti. Contenuti che generano migliaia di like, commenti intrisi di commozione e una generale sensazione di calore.

Eppure, ogni volta che mi imbatto in questi video, non posso fare a meno di provare una profonda perplessità.

Una domanda continua a ronzarmi in testa: è davvero educativo trasformare la vita di classe in uno show a portata di clic, spesso a discapito della sicurezza e della dignità dei bambini e dei ragazzi?

Dai banchi al palcoscenico: i trend che superano il limite

Negli ultimi tempi abbiamo assistito a una vera e propria escalation di format scolastici diventati virali. Pensiamo al trend dei ragazzi che salgono in piedi sulla sedia recitando “Oh capitano, mio capitano”, o a quello degli studenti che saltano per toccare lo stipite della porta mentre escono dall’aula, a volte addirittura chiamati uno per uno con tanto di cognome scandito a favore di telecamera.

Ma poi ce n’ è uno (che è il peggio di tutti secondo me): quello dei bambini sdraiati su un fianco che vengono tirati per gambe e trascinati (a volte anche strattonati) per farli sfilare con dei cartelli (alcuni fanno faccette anche strane come di fastidio ma magari mi sbaglio, spero) in cui viene a comporsi un messaggio per sponsorizzare qualche attività della scuola.

E ce ne sono tanti altri di cui alcuni richiedono anche tempi di preparazione non indifferenti a scapito della didattica e delle attività scolastiche.

Oltre a violare la privacy dei minori, mi sorge qualche domanda spontanea sulla sicurezza e sul ruolo dell’insegnante (sì lo so sarò esagerata ma dopo tutti i corsi obbligatori sulla sicurezza fatti in quasi trent’anni di insegnamento sento il bisogno di dirlo):

  • una riguarda proprio la sicurezza ( “La sicurezza prima di tutto” è stata la prima cosa mi disse il preside della mia scuola il mio primo giorno di supplenza): da quando in qua far salire gli studenti in piedi sulle sedie o farli saltare contro il muro è diventato sicuro? Se un ragazzo scivola, cade e si fa male per registrare un video, chi si assume la responsabilità? Il docente, che dovrebbe vigilare sull’incolumità fisica degli alunni, si trasforma nel regista di una situazione di potenziale pericolo;
  • l’altra riguarda l’uso dei bambini come comparse: (in alcuni video bambini piccolissimi vengono messi seduti sulle scale della scuola, quasi costretti a fare da comparse rigide e impostate per annunciare la festa di fine anno) . Ma è pedagogicamente corretto usare dei bambini, privati della loro spontaneità e di momenti di gioco, per compiacere il pubblico del web?

Il grande paradosso: “Metti via quel telefono! (Aspetta che prima registro il Reel)”

E qui arriviamo al paradosso più esilarante ( e amaro secondo me) di tutta questa storia. Spendiamo mesi a fare e commentare circolari ministeriali, a sequestrare dispositivi, a fare prediche epiche sul fatto che il cellulare a scuola è severamente vietato, a interrogarci su come salvare i giovani dalla dipendenza dagli schermi…

… poi, però, scatta l’ora del TREND!

E magicamente, il divieto svanisce: lo smartphone del docente si accende, si posiziona sulla cattedra a favore di luce e gli studenti a cui è vietato persino guardare l’orario sul display diventano improvvisamente i protagonisti di una produzione multimediale destinata a Tik Tok o Instagram.

Insomma, il telefono è un demone distruttivo se lo usa lo studente, ma poi diventa uno strumento di “alta pedagogia” (scherzo ovviamente) se serve all’insegnante per raccogliere cuoricini .

Coerenza cercasi.

A ciò si aggiunge un elemento raramente discusso: alcuni quotidiani, testate giornalistiche che si occupano principalmente di scuola, programmi televisivi e commentatori contribuiscono, direttamente o indirettamente, a normalizzare e incentivare determinati comportamenti attraverso una copertura continua, spesso sensazionalistica o emotivamente coinvolgente. La ripetizione di certi messaggi finisce per orientare il dibattito pubblico e influenzare la percezione collettiva di questi fenomeni che di per se dovrebbero essere invece attenzionati per i grandi rischi a cui espongono i minori.

Se tutto diventa pubblico, niente è più speciale

Il fulcro della mia riflessione sta però in una parola che oggi sembra quasi superata, ma che per me è da sempre un pilastro della crescita: l’intimità.

Personalmente, amo profondamente l’intimità della classe.

Quei momenti sono solo nostri. È in quello spazio protetto, lontano dagli sguardi esterni, che si crea la magia: la bambina timida che trova il coraggio di raccontare qualcosa, la risata collettiva, la piccola crisi di pianto durante un esercizio difficile, un bel pensiero con il disegno fatto durante la ricreazione e poi regalato alla maestra (ne conservo tantissimi e sono dei ricordi unici). In quei momenti, gli studenti hanno il diritto di sentirsi veramente se stessi e non attori di un reel.

Se iniziamo a sbandierare ogni ricordo e ogni dinamica sui social, rischiamo di lanciare ai ragazzi un messaggio distorto e pericoloso oltre che diseducativo: se una cosa non viene postata, non ha valore, se non riceve l’attenzione del pubblico, non merita di essere vissuta.

Insegniamo così che le piccole cose della quotidianità scolastica non valgono nulla se non vengono validate da un mi piace. Ma la verità è opposta: sono proprio le cose che restano dentro l’aula a scavare i solchi più profondi nel cuore dei ragazzi.

Il diritto alla riservatezza (anche per noi docenti)

I bambini e gli studenti hanno un disperato bisogno di privacy. Stanno crescendo in un mondo che sta rischiando di chiedere loro di essere costantemente iper-esposti. La scuola dovrebbe essere l’unico luogo rimasto capace di “disconnetterli” da questa pressione, un porto sicuro dove le emozioni non diventano virali e i ricordi restano un fatto personale.

Ma c’è un altro aspetto, che riguarda noi docenti. Che ne è della nostra professionalità?

Due cose mi fanno riflettere guardando alcuni profili.

1. La distrazione del contenuto: se mentre si sta in classe il pensiero continuo diventa la regia digitale, si rischia di non essere interamente presenti per gli studenti.

2. Un segnale di malessere: cercare costantemente il consenso online, cercando la validazione del proprio operato attraverso i like, non è un segno di serenità né psicologica né professionale. Un buon insegnante sa quanto vale il proprio lavoro anche se nessuno, fuori da quelle quattro mura, lo vedrà mai.

Custodire, non condividere

Le lettere personali che riceviamo dagli studenti sono scritti sacri. Sono ponti di fiducia che un ragazzo getta verso un adulto. Leggerle davanti a una telecamera, o spettacolarizzare i momenti quotidiani della classe, significa violare quella riservatezza.

L’importanza del custodire è un insegnamento importante. Secondo me anche bellissimo.

Non tutto deve essere condiviso, non tutto deve essere monetizzato in termini di attenzione mediatica. Proteggere l’intimità della classe significa proteggere la libertà degli studenti di essere se stessi, fragili, autentici e, semplicemente, protetti.

Lasciamo che i ricordi più belli della scuola rimangano dove è giusto che stiano: nella memoria, nei cassetti della cattedra e nei cuori di chi li ha vissuti.

Ps. Le foto pubblicate in questo articolo sono prese dai social, i volti delle persone presenti li ho coperti io.